PERSONAGGI

L’abito non fa il monaco…ma una giacca sì!

Se c’è qualcuno che non può proprio sposare l’antico adagio dell’abito che non fa il monaco, quello sono proprio io, per ovvi motivi! E insieme a me, i miei fedeli compagni, soprattutto uno, che veste lo chef della sua uniforme, bianca e luminosa.

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Lo immaginate un generale senza la sua divisa? Certo che no! Ci mancherebbe, verrebbe confuso con un soldato della truppa, così come lui, senza la sua uniforme, verrebbe scambiato per un civile.

Ogni professione deve avere la sua divisa di riconoscimento, io sono il cappello e mi vedo da lontano e sulle spalle del mio chef cade alla perfezione la sua giacca immacolata. Ci conosciamo da sempre, siamo parte di una stessa divisa e abbiamo iniziato assieme questo percorso straordinario!
Adesso voglio parlarvi di lui, di me ho già detto tanto, forse troppo…

Quando Angelo ha infilato per la prima volta la sua giacca sono stato inondato da un fortissimo profumo di lavanderia e di pulito, quasi inebriante, che nel mio naso si è mischiato a quello degli impasti, creando un mix persistente molto forte. Conoscevo già la giacca e so che non apprezza questo genere di coccole, vuole sempre arrivare subito al sodo senza troppi fronzoli.
L’ha indossata ma l’ha subito tolta, perché non voleva che si rovinasse: in laboratorio c’erano ancora i lavori in corso con gli operai, quindi l’ha riposta dentro l’armadietto. So cos’ha provato in quel momento, con la tela bella stirata, rigida, che non faceva una piega: si sentiva inutile. Angelo l’ha indossata davvero solo qualche settimana più in là: un momento bello quasi come se fosse un cerimoniale, noi sembravamo ad una sfilata ma non c’era nessuno ad applaudirci, peccato.

Il laboratorio era pronto ad accoglierci: i primi giorni al termine della ristrutturazione abbiamo sistemato tutti gli strumenti, organizzato il lavoro e ci siamo preparati al futuro, sempre insieme.
Vedevo i muscoli del mio chef tendersi dalla tensione sotto la giacca, che li stringeva come in un abbraccio rassicurante.

Quel giorno, il primo giorno di apertura ufficiale della nostra officina non ce la dimenticheremo mai: ci ha tolti con cura dall’armadietto. Prima ha infilato lei, la giacca, l’ha abbottonata con estrema diligenza, l’ha raddrizzata e accarezzata, poi ha preso in mano me e siamo entrati.
Ogni cosa brillava sotto le luci e ogni singolo personaggio lì dentro era impaziente di iniziare il lavoro. Tutti, anche gli estintori alle pareti sembravano vibrare per l’eccitazione ma niente poteva competere con l’energia delle braccia e delle maniche che preparavano il primo impasto, che vedevo sprigionarsi dalla giacca, che quasi faticava a contenerli.

Dopo qualche giorno mi sono accorto che la tela della giacca aveva perso la rigidità iniziale, qualche sbuffo di farina le conferiva un aspetto solenne e molto, molto professionale. Adesso sì che si sentiva utile, a suo agio in quel mondo.
Anche lei, come me, più di una volta mi ha confessato che si sente meglio quando ha addosso qualche granello di farina in più, piuttosto che quando è perfettamente pulita e stirata, magari riposta nell’armadio dentro una busta di plastica da lavanderia.
Da quassù, credetemi, è una bellezza seguire il movimento delle sue spalle mentre solleva i sacchetti delle farine, vedere come l’amica giacca, in un certo senso, lo protegge senza ostacolarlo, quasi fosse diventata una seconda pelle di cui entrambi vanno fieri.

Sorrido, alla sera, quando il lavoro è ormai terminato, ci toglie e ci ripone di nuovo nell’armadio. Lei più di me, probabilmente, fisicamente stanca dal peso di un’intera giornata. Ma tutti siamo soddisfatti e anche felici di quello che abbiamo realizzato e ci scambiamo qualche consiglio, ci confidiamo, prima di goderci il meritato riposo.
Tuttavia, spesso non siamo soli lì dentro, perché ogni tanto viene a trovarci anche un nostro amico…

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