PERSONAGGI

…farina del mio sacco!

A vederlo da qui un nuovo anno, ogni volta, fa venire le vertigini. Pensare a cosa sarà, a quante cose faremo col mio chef, soprattutto a quante cose nuove saremo chiamati a rispondere ci riempie di paura ma anche di orgoglio perché siamo fatti così, pronti a tutto, soprattutto a migliorarci… Che ci possiamo fare, è la nostra natura.

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Pensate che in questi giorni di Carnevale stava anche pensando di provare a preparare dei dolcetti a tema, ispirato dalle voci che sentiamo provenire dall’esterno dai bambini che festeggiano per le strade… Ma abbiamo molto lavoro e dobbiamo concentrarci su altro.

Proprio per questo motivo, ogni giorno prima di iniziare, lo chef mi inforca, mi sistema per bene sulla sua testa affidandomi i suoi capelli e iniziamo il nostro giro di controllo tra i sacchi ben disposti nel nostro laboratorio. Sì, le farine, la nostra croce e la nostra delizia: sapete, io vedo la fatica che il mio chef fa quando vuole lavorare quelle più scure e diverse dal solito, percepisco la sua passione e spesso assorbo anche il suo sudore. Ma tra tutte, c’è una farina che lo ha fatto faticare più di altre e che proprio per questo motivo non sopportavo. È una farina difficile, quasi scorbutica ma col tempo ho imparato ad apprezzarne le qualità e i pregi. Per questo motivo voglio raccontarvi la sua storia, che parte da molto lontano…

Il suo nome è Kamut. Noi la chiamiamo spesso Kamù: simpatico, vero?
Lei non lo ama particolarmente perché è molto orgogliosa del fatto che il suo nome derivi da un potentissimo Faraone, o per lo meno è quello che dice…In effetti, però, è vero che è originaria della mitica terra di Persia, anche se oggi proviene principalmente dalle coltivazioni americane e canadesi. Comunque, è certo che tra di noi è una delle più esotiche ed è anche vero che le sue origini si perdono nella notte dei tempi ma nonostante questo, Kamù non è mai cambiata in tutti questi anni.

Le sue spighe colorano le grandi distese sconfinate al di là dell’oceano, nelle zone del Saskatchewan e del Montana, ma la sua vera vita inizia quando la mano dell’uomo le raccoglie e le lavora, lentamente e con pazienza, all’interno delle mole. I suoi chicchi somigliano alla sabbia del mare nella forma e nel colore: è così che l’abbiamo conosciuta noi.
Kamù è entrata nel nostro laboratorio sotto forma di farina, all’interno di grandi sacchi pesanti. Ricordo ancora quella volta che il primo sacco di Kamut ha fatto il suo ingresso da quella porta: al mio chef brillavano gli occhi e quando ha infilato la sua mano all’interno di quel mare color oro, il suo brivido di eccitazione ha raggiunto anche me. Ricordo i primi giorni di difficoltà, la resistenza di Kamù alla lavorazione e il mio chef che le provava tutte per farla desistere. Ricordo la tenacia di questa farina venuta da lontano che non ne voleva sapere di unirsi all’acqua e agli ingredienti. E via giù con tantissime ore di lavoro in apparenza inutili.
Ho provato in tutti i modi a convincerla a lasciarsi guidare dal mio chef e solo dopo qualche giorno siamo riusciti a rompere ogni sua resistenza: le mani del mio chef avevano trovato la giusta chiave per convincere Kamù a diventare parte di questo laboratorio.

Kamù ha tantissime proprietà, il mio chef la adora e lo vedo da come le sue mani, forti come l’acciaio ma morbide come il velluto, la accarezzano e la stringono. Sì, lo ammetto, sono un po’ geloso ma capisco che è giusto così: sono le sue creature, il frutto diretto del suo lavoro, è interamente… Farina del suo sacco!
Devo però essere onesto, Kamù da sola non può trasformarsi nella creatura amata dal mio chef, che quasi come se fosse un incantesimo di magia, aggiunge alla farina e all’acqua un ingrediente segreto.
Ognuno ha i suoi trucchi per crescere e maturare e anche noi, qui dentro, abbiamo i nostri…

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