PERSONAGGI

E che tavolo!

All’inizio era tutto tabula rasa… No, non è una battuta ma la pura verità.

Il mio chef ha faticato non poco per rendere questo un luogo accogliente e adatto al suo lavoro.
Quando siamo entrati qui per la prima volta, il laboratorio era davvero spoglio e mal ridotto ma lentamente questo spazio ha iniziato a riempirsi. Tutto ha iniziato a prendere forma e a diventare il posto speciale in cui ho deciso di accompagnarvi.
In questi giorni anche l’inverno ha un sapore speciale: sarà forse merito del freddo se tutte le cose sembrano più vicine, come se il clima rigido le avvicinasse e rendesse tutto più intimo, ma sono certo che il merito sia anche del mio chef.

È come se un focolare immaginario ci tenesse stretti nel suo caldo abbraccio, accoccolati davanti a un camino ad ascoltare una fiaba di cui io ho l’onore di essere la voce narrante. Certo, nel nostro laboratorio non ci sono fiamme, non c’è il baluginare del fuoco che riscalda prima l’anima e poi il corpo, ma nell’aria si percepisce comunque quel tepore che solo una famiglia sa creare quando è unita dall’amore, quello vero.

Ho voglia di raccontarvi la nostra storia perché è fatta di cose semplici e di piccoli momenti di felicità, che se condivisi possono durare in eterno e coinvolgere anche voi che non li avete vissuti in prima persona. Vivo costantemente sulla testa del mio chef e da qui posso vedere tutto quel che succede in questo laboratorio e oggi voglio raccontarvi di un mio amico molto speciale…
Volete sapere di chi sto parlando? Parto da lontano.
Una delle mie storie preferite è quella dei papà e delle mamme che raccontano ai propri figli sul loro concepimento: alcuni vengono portati dalla cicogna, altri vengono trovati sotto un cavolo. Sono le bugie bianche che rendono tutto fiabesco e adatto al mondo incantato dei bambini.
Tuttavia, adesso voglio stupirvi: non ho mai visto bambini che vengono trovati sotto un cavolo però ho visto meravigliose creature nascere e prendere vita sopra un tavolo. Basta cambiare solo una lettera per dare un altro senso alla realtà.

Dall’alto vedo le mani dello chef che si muovono sicure sopra un piano robusto, forte e resistente, capace di accogliere ogni capolavoro. Per lui sono tutti figli: lui può essere una piazza, uno slargo, un punto di ritrovo e di incontro. Fate voi, c’è posto per tutti. Quante cose vedo passare ogni giorno là sopra, alcune si fermano per poco, altre rimangono a lungo. Tutti simili ma nessuno uguale, tutti con la stessa felicità quando iniziano a muoversi sopra di me.

Il tavolo è l’amico con cui condivido tantissime ore, lo osservo dall’alto, immobile nella sua accoglienza, la spianatoia che mette tutti sullo stesso piano, il letto che accoglie gli innamorati che non vedono l’ora di abbracciare la loro anima gemella.
Su di lui arrivano le farine fascinose, intriganti. Se ne stanno li, formano delle piccole colline da dove possono vedere la stanza che ci ospita, aspettano. Bianche, ambrate, scure, a volte rosse, hanno tutte la stessa voglia di crescere. Quando la mano sicura del mio chef apre alla loro sommità un piccolo cratere e ci versa dell’acqua e un ciuffo di lievito inizio a godermi lo spettacolo.
Non sanno cosa le aspetta.
Le mani affondano, le nostre belle signorine cercano di resistere ma non possono, le dita le corteggiano, le afferrano, le costringono ad unirsi spingendole contro il tavolo. Io osservo la scena in silenzio e vedo il mio amico che fa di tutto per stare fermo, per non unirsi a quella danza di dita e di passione ma vedo che è felice: a modo suo sta contribuendo in maniera decisiva alla nascita di una nuova creatura, al miracolo della vita che, anche in questo modo, si compie sotto i nostri occhi. Noi stiamo in silenzio, loro ballano.
Sono dei grumi informi, impacciati, che sembrano schizzare via ma, lentamente, anche questi si uniscono tra loro, si fondono, danzano.
Un pacifico esercito di ballerini che scende su quella pista, che dapprima si incolla alla superficie fredda e massiccia del tavolo e poi si stacca: la danza si conclude quando ogni ballerino si unisce agli altri e agli altri ancora e in pochi istanti, ciò che prima era informe e disgregato, diventa una cosa sola, come un tango.
Allora le mani si fermano.
Lo chef ripulisce accarezzando con cura il mio amico, anche stavolta ha svolto benissimo il suo lavoro da silente comprimario di una danza ancestrale. Questo è il momento più emozionante durante il quale contempliamo assieme questa massa compatta, gommosa.
La osserviamo con attenzione mentre le dita del mio chef iniziano a dividerla.
Appallottolate nel palmo di una mano prendono forma, diventano sfere che vengono di nuovo adagiate sopra il mio amico, una accanto all’altra, una distesa di palloncini che sono a pronti a prendere il cielo per la felicità di grandi e piccini.
Posso capire l’orgoglio del mio amico tavolo a fine giornata, quando tutti un po’ più stanchi ma felici ci riposiamo qualche minuto. Quello è il momento in cui io e il mio amico ci stringiamo idealmente la mano per congratularci del nostro lavoro ed è lì che vengo letteralmente inondato dal suo orgoglio e dalla sua passione.

Il tavolo è indispensabile per il nostro lavoro, silenzioso e massiccio compagno e comprimario: non è mai protagonista ma senza di lui capite bene che qui dentro nulla potrebbe esistere. Sopra di lui nasce e cresce la vita. A proposito di nascere, prima che il mio chef mi riponesse siamo andati a controllare che i nostri piccoli ballerini fossero in salute per il lavoro di domani.
Vi do un indizio: far i nemici non porta mai a niente di buono.

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